Sabato 13 luglio 2019, Lago di Brasimone (BO)

Il posto è tranquillo, immerso tra i monti e le valli dell’Appennino bolognese. Sono le 9 e mi sto girando nell’angusto spazio del camper. Scelta perfetta per una gara del genere: il parcheggio, dotato di elettricità e scarichi carichi vari, è a poche decine di metri dalla zona partenza e arrivo. Sono agitato!

Perché? Non lo so bene. Sicuramente non mi sento in forma. Sono ‘generalmente’ stanco, nel senso che quando mi alleno (e lo sto facendo davvero poco quest’anno) faccio fatica, molta. Ho bisogno di uno stop, di un periodo di relax. Ma oggi no. Oggi c’è la gara.

Ore 14, la bici è in zona cambio, controllo veloce della lista. Tutto è ok. Temperatura dell’acqua del lago Brasimone 22 gradi, multa facoltativa. Quindi metto la muta, of course! Sono nella zona di partenza e vedo la boa gialla: è molto lontana! Un filino troppo? Così sembra e questo mi mette un po’ di ulteriore ansia, ma non ci devo pensare. Come sempre il tempo prima della partenza vola. Arriva il fischio di partenza. Questa volta è tonnara allo stato puro. Mi trovo subito stretto tra non so quante persone, ricevo manate a destra e manca. Una in particolare mi prende in pieno gli occhialini: per un attimo tremo. Rimetto sotto la testa e faccio una bracciata a rana verificando che sia tutto ok. Riprendo con le bracciate e mi posiziono un po’ più a destra. Troppo a destra. Alzo la testa: sono completamente fuori direzione! Mi arrabbio con me stesso, è un errore da dilettante, faccio una virata di 90 gradi e cerco di capire se sto seguendo la linea giusta. Non è facile, però, perché sono in mezzo al lago e i punti di riferimento sono troppo lontani. Ho il fiato corto, il nervoso per la rotta sbagliata mi ha portato a tirare come un dannato. Per fortuna, dopo un tempo che mi sembra infinito, vedo a sinistra un gruppo ‘nutrito’ di atleti. Non so dire quanti sono ma sono tanti e penso: non possono mica aver sbagliato tutti strada! Mi metto virtualmente ‘in scia’ (sono infatti molto indietro e ‘intuisco’ di essere nella loro scia). L’orologio vibra, ciò significa 500 metri fatti, ma non sono ancora arrivato alla boa. La notizia positiva è che l’orologio è ancora con me e non è finito in acqua. Non era così scontato in quella tonnara iniziale. Lascio finalmente la prima boa alla mia sinistra, ora non ho idea della traiettoria ma ho gli altri concorrenti vicino, unico obiettivo: non devo perdere il ‘treno’! Cerco di mantenere un ritmo costante e cerco pure di fare qualche bracciata fatta bene, vediamo se il tempo migliora. All’uscita dall’acqua leggo nel display del Garmin 1500 e qualcosa metri. No, non avevano sbagliato a mettere le boe. Sono in piedi e c’è una scalinata per raggiungere la zona cambio. E niente io ci provo anche a correre, a cominciare a togliermi la muta… ma non c’è storia. Non ci riesco! Cammino, sono già bello stanco e a malapena riesco a togliermi una manica.

Prendo la bici. Esco e non vedo bene la linea di salita (mount line). Quasi senza pensare salgo, ma mentre lo faccio mi accorgo di essere in errore: la linea è poco più avanti. Guardo il giudice, ha la testa rivolta verso un altro atleta. E’ andata bene. Ora comincia la sfida. La prima salita e il primo tratto di discesa lo conosco (l’ho provato il giorno precedente). Recupero un po’ di fiato e prima di iniziare la discesa guardo alla mia destra. Monti e colline verdi, la strada è panoramica. Bellissimo posto. La discesa non è la mia specialità ed è subito evidente: mi passano in 3 persone (forse conoscono la strada, penso per darmi coraggio). La strada però è asciutta così cerco di non insistere troppo sui freni, devo vincere la paura. La discesa è più lunga di quello che avevo immaginato e dopo un po’ effettivamente comincio a prendere un po’ di confidenza. In un paio di curve rischio anche grosso, arrivo lungo con la ruota dietro bloccata! Passo il lago di Suviana, poi un altro pezzo di discesa e poi comincia un falso piano. Sono solo, ma va bene così, in ogni caso non potrei sfruttare la scia visto che la gara è “no draft”. Svolta a destra, lo capisco subito. Qui inizia la salita. Guardo l’orologio. 22 km, ne mancano ben 18. Sarà dura… e infatti lo è per davvero. La salita non è impegnativa ma è lunga, non lascia tanti momenti di respiro tranne nell’ultima parte. Cerco di andare su al mio passo. Mi sento stanco, molto. Arrivo al passo dopo quasi 1 ora e un quarto di bici, ora c’è una piccola discesa prima della zona cambio. Cerco di recuperare un po’ di energie.

Sono in zona cambio. Scendo dalla bici e la sento subito. Cosa? La crisi. Le gambe non ne vogliono sapere di andare, ogni passo è una sofferenza. E niente, devo camminare. Cosa succede? La conosco la sensazione, l’avevo provata vent’anni fa quando facevo “solo” il ciclista. Si chiama “crisi di fame”! E corrisponde alla mancanza di zuccheri, di energie. Ed è sola colpa mia. Non si può mangiare solo mezza barretta in una gara così! Arrivo al primo ristoro, mi fermo. Bevo. Non c’è un briciolo di zuccheri. No sali, niente di niente solo acqua! E’ un calvario, mi passa per la testa l’idea di fermarmi. Comincio il primo giro. Corro 100 metri e cammino per 300. A ripetizione. Appena accenno a forzare la frequenza schizza oltre 175, cioè al massimo. Mi gira la testa. Non so in che modo, perché a tratti davvero non riesco a focalizzare quello che sto facendo, concludo il primo giro. Incontro il fotografo, il fotografo personale. Mi vede e penso capisca subito. Le dico: “ho finito le energie non ce la faccio più”. Mi guarda e mi dice “portala a casa questa gara manca solo un giro!”. Le chiedo: “mi prendi i sali in camper?”. Vedo che vola di corsa a prenderli, io nel frattempo mi prendo ancora acqua, l’unica cosa disponibile al ristoro. Il fotografo personale corre con macchina fotografica con tele obbiettivo, GPro e bottiglia di Energade in mano e mi passa la bottiglia di plastica. Purtroppo la bevanda è fredda da frigo e non riesco a bere. Stringo i denti. Cammino ancora. Il tempo è sospeso non riesco neppure più a guardare l’orologio, sto davvero soffrendo. Alla vibrazione dell’ottavo chilometro mi dico: “è finita”. Senza pensare, senza guardare i battiti comincio a correre. Faccio gli ultimi due chilometri così, spinto da una forza che non sapevo di avere. Al traguardo sorrido per questo, ho finito una gara difficile. E sono contento.

Al ristoro post gara ci sono dei succhi e pane e Nutella. Mangio con foga, troppa. Raggiungo il camper mi gira ancora la testa. Mi faccio la doccia. La frequenza è a 120 e non ne vuole sapere di scendere. Ho un paio di colpi di tosse, sto quasi per vomitare. Ok, facciamo che mi stendo. Rimango un 15 minuti a guardare il soffitto del camper, sono bianco in volto. Scherzo con il fotografo: “se comincio a dire cose strane vai a chiamare il medico…”. Preoccupazione. E la capisco. Dopo un po’ sparisce tutto. La frequenza si abbassa e comincio a tornare in me. Che avventura.

Riprendo la bici e assistiamo alla premiazione di Elisa, del ProPatria, prima nella sua categoria. Mitica!

A mente fredda metto insieme tutte le cose. La stanchezza, la gara difficile, l’errore nel non mangiare. Servirà per la prossima volta.

La gara su Garmin:

https://connect.garmin.com/modern/activity/3841909064

Ecco le foto! Un sentito abbraccio al fotografo. In questi scatti c’è molto di più che una luce catturata da un sensore.