Domenica 12 maggio 2019, Lago di Mignano (PC).

Ore 8:15, sono in macchina che guido verso Piacenza. L’autostrada ormai la conosco bene, se mi metto di impegno dovrei ricordare le uscite una ad una. Il cielo è coperto di nubi che tendono al viola, alla mia destra gli Appennini che sembrano ancora più carichi di nubi minacciose. Ho controllato il meteo per tutta la settimana: nuvole e un po’ di sole. Non c’era traccia di pioggia ma mi sa che qualche modello non ha fatto il suo dovere. E infatti… devo ancora arrivare a Piacenza e già piove. Piove tanto.

Uscita Fiorenzuola d’Arda. La strada è dritta e davanti a me le verdi colline. Castell’Arquato. Posto bellissimo, visitato poco prima dell’ultimo triathlon Olimpico a Barberino del Mugello. Piove.

Ore 9:40. Scendo dalla macchina, mi avvio verso la segreteria per prendere numero e pacco gara. Non c’è ancora nessuno, sono arrivato troppo presto. Mi guardo attorno. Il posto non è male, anzi, è molto immerso nella natura. Peccato che fa un freddo cane. Cerco parcheggio. Non c’è. O meglio c’è ma si deve scendere di qualche centinaio di metri e poi risalire a piedi. Salita che poi si dovrà affrontare in gara e di fatto… impraticabile! Ci sono giusto quei 5 centimetri di fango e i piedi affondano. Non riesco neppure a immaginare quello che potrei trovare in MTB. Bene, ma non benissimo.

Salgo per la strada asfaltata di qualche centinaio di metri e trovo una piccola rientranza. Parcheggio la macchina, almeno non sono in mezzo al pantano. Vado a ritirare il numero e a chiedere informazioni riguardo la prima frazione di nuoto. La temperatura è di 9 gradi e non riesco a immaginare cosa vorrebbe dire nuotare. O meglio lo immagino, vuol dire congelare. Ritiro il numero e vedo il motoscafo che sta piazzando le boe. In zona cambio nessuno sa nulla. Va bene, torno alla macchina e inizio a preparare la bici. Piove e fa freddo. Non è possibile penso. Prime due gare e due giorni di tempo da lupi. Che tristezza….

Il tempo come sempre vola e quasi senza rendermene conto sono già in ritardo per il riscaldamento. Alla fine i giudici hanno dato la sentenza: niente nuoto. Si faranno 2,5km di corsa, praticamente tutti su asfalto, poi si prenderà la MTB e infine si farà il percorso run (o meglio trail run) previsto.

Siamo in pochi, un ottantina circa. Sono in prima fila e al fischio del via inizio a correre a ritmo sostenuto. Nonostante questo vengo passato da molti concorrenti, questo è un mistero che non mi spiegherò mai. Non faccio in tempo a finire il pensiero che c’è già il cambio: guardo l’orologio, sono a 1,5km, quindi altro che 2,5. Prendo la bici e valuto la mia posizione, circa metà delle bici sono già state prese. E sticazzi penso…

Sono già quasi stanco, la pioggia cade sul mio viso e davanti a me l’ignoto. Non ho la minima idea di come sarà il percorso, non ho la minima idea se arriverò in fondo. Si inizia con una discesa su asfalto, vado cauto, fin troppo. Poi un sentiero e già capisco cosa mi aspetta. Il sentiero infatti è una specie di fiume e le ruote affondano rendendo la bici ingovernabile. Sono costretto a togliere i ganci dalle scarpe, tengo i freni tirati quasi al massimo. Per fortuna la prima discesa dura poco e inizia un breve tratto in salita. Cerco di spingere, le gambe stanno bene e la bici sale. Dopo qualche centinaio di metri l’asfalto diventa terra ma sembra ancora dura. Bene, vuoi vedere che mi sono sbagliato e il percorso è fattibile? No. Non mi ero sbagliato. Altri 100 metri ed è fiume, fango. Impossibile salire seduto, si scende. Mi consolo, tutti sono giù dalla sella. Inizia un calvario. La bici pesa, le scarpe scivolano. Sono praticamente fermo e sto facendo uno sforzo incredibile. Proseguo con piccoli passi, a questa andatura arriverò alla seconda transazione dopo ore. Dopo un tempo interminabile la salita finisce. Salgo in bici, ondeggio come se fossi un ubriaco. Le scarpe, piene di fango, non si attaccano ai pedali. La situazione è più dura di quello che pensavo. Il percorso ora è un sali scendi, bellissimo se non ci fosse questo tempo, se non piovesse e se le strade e i sentieri non fossero in realtà fiumi. Ad un certo punto il fiume lo trovo proprio. Mi fermo e scendo dalla bici. La trascino per guardarlo. L’acqua mi arriva quasi all’ombelico. Sorrido e mi dico… ma sì divertiamoci! Sono coperto da una coltre di fango. E piove, tanto.

Arriva l’ultima discesa, lo capisco perché intuisco di essere vicino alla zona di partenza. E’ brutta, viscida. La faccio troppo piano, sono fin troppo prudente. Mi passano in tanti. Mi scende un po’ di sconforto. Arrivo in zona cambio, metto le scarpe e parte l’ultima frazione. E’ un vero e proprio trail e la salita iniziale è dura. Sono già al limite ma riesco a recuperare le persone che mi avevano passato nell’ultima discesa in bici. Riacquisto un po’ di morale, ma già sono un po’ teso perché dovrò scendere. E infatti… la discesa è brutta e pericolosa. Uno strato di fango in cui è impossibile stare in piedi. Arrivo in una specie di canale, vedo le tracce di scivolamento degli altri, sono veloce e vengo preso alla sprovvista: mi appendo ad un albero per non cadere. Non sono però l’unico ad avere avuto questa idea, l’albero è pieno di fango e anche le mie mani scivolano. Appoggio i piedi e sono letteralmente per aria. Sento prima il culo che cade sul morbido strato di fango e poi la testa. Ebbene sì la testa sbatte abbastanza violentemente, io non governo più nulla. Per fortuna non ci sono sassi, non ci sono radici, non c’è nulla se non una coltre di qualche centimetro di fango. La sensazione è quella di appoggiare la testa su un cuscino. Tutto bene ma… non benissimo. Ho preso paura, troppa. Da lì in poi scendo con il culo quando posso e in ogni caso con tutti i freni anche mentali che ho. Vengo ripassato da tutti quelli che avevo superato. La discesa è interminabile e solo dopo un tempo che mi sembra infinito compare una strada sterrata. Cerco di fare un po’ di ritmo ma sono ancora scosso e demoralizzato. Ultima salita, quella fangosa e arrivo, mentre ancora contro il mio viso cade pioggia consistente.

Ho finito anche questa gara, in queste condizioni. Peccato davvero. Il percorso era bello se fosse stata un’altra giornata. Mi faccio una doccia veloce e racconto agli altri la mia avventura sul fango. Qualcuno porta i segni di qualche pietra nelle gambe e nelle natiche. Con ancora un po’ di tensione addosso ritorno a prendere la bici e mi avvio verso casa.

La classifica dice quello che pensavo, un trentesimo posto su 50 che vale poco. Il tempo ha condizionato troppo la gara e io per paura (forse anche giustificata dopo aver per così dire appoggiato la testa in modo violento) non sono riuscito a dare quello che volevo. Mi resta il ricordo di una gara incredibile, di una corsa ad ostacoli più che un triathlon (o duathlon). Una prova di forza con la natura. Rimangono anche delle foto che ben descrivono la situazione, grazie come sempre alla mia spalla, che forse in questa giornata si è presa un bel raffreddore.

La mia gara su Garmin.

Le foto!!!!