Quinzano d’Oglio (BS), domenica 31 marzo 2019.

Tangenziale Est, Milano. Sono le 8 del mattino di una domenica di fine marzo. Il cielo è terso, fuori l’aria è frizzantina. La macchina segna 8 gradi. Non ho fretta, ho la testa libera da pensieri. Sono in perfetto orario, anzi in anticipo. Sull’A35, la cosiddetta BreMi non c’è anima viva. Pochissime auto. Imposto il cruise control sui 128km\h.

Oggi sono solo, quindi purtroppo niente supporto morale, niente foto e niente grida all’arrivo di incoraggiamento. Mi intristisco un po’ ma cerco di non pensarci, sarà una giornata in solitaria o meglio con me stesso, con i miei pensieri. Non ho obiettivi, non ho previsioni. Ho imparato che i campionati italiani di qualsiasi ‘specialità’ del triathlon sono una cosa da considerare a parte. Il livello è alto, altissimo, ed è meglio pensare a se stessi alle proprie possibilità. Già quali sono le mie possibilità? Non sono ‘in forma’ come nel 2018, questo è sicuro. Mi sono allenato di meno ma quello che conta di più è che sento di non averlo fatto in modo corretto. Per mille motivi, per mille cose che non sono andate per il verso giusto, sportivamente parlando. Ma non importa, c’è un bel sole, la giornata promette caldo e dopo tutto il freddo, il vento e la neve di questo inverno ci voleva una giornata così.

Esco dall’autostrada, sono senza il mio telefono che ho ben pensato di perdere venerdì sera. Come i vecchi tempi accosto, non prendo la cartina (che poi a pensarci la cartina manco ce l’ho più in macchina… che tristezza!) solo perché ho il telefono del lavoro: guardo nel piccolo schermo se devo andare a destra o a sinistra. La strada non l’ho mai percorsa prima ma ricorda moltissimo posti che ho già visto, verso Cremona, per un altro duathlon. Cascine in mezzo alla pianura padana. Sudore e lavoro e chissà quante zanzare. Rettilinei e campi, qualche rotonda a spezzare la monotonia. Mi avvicino al percorso di gara con un pensiero che si presenta spesso: spero non si alzi il vento.

Ore 9:30. Ritiro il pacco gara, ispeziono la zona cambio. Vedo un supermercato e mi viene una brillante idea: mi mangio una cosa che posso digerire facilmente, perché arrivare alla gara con la sola colazione non è sufficiente. Il supermercato è piccolo, in una specie di magazzino che chissà a cosa serviva un tempo, visto che è a pochi passi dalla piazza del paese dove è posta la zona cambio e l’arrivo. Prendo un panino con il prosciutto. Speriamo bene, il mio stomaco è delicato, troppo delicato, specie in questo periodo dell’anno.

Torno in macchina, mangio. Mi viene in mente che il sensore di velocità attaccato alla ruota posteriore della bici ha la batteria scarica: valuto che in gara mi può servire. Torno al supermercato e poi di nuovo in macchina. Chiedo aiuto perché non riesco a staccare la batteria e intanto faccio amicizia con un paio di atleti. C’è il clima pre-gara, c’è un po’ di (sana) tensione: io invece e stranamente sono rilassatissimo.

Giro in bici veloce per provare che tutto sia apposto. Sembra sia tutto ok. Porto la bici in zona cambio e raggiungo i compagni di squadra del Propatria. Saluti e battute, chiacchiere, qualche foto. Sto bene e soprattutto continuo ad essere molto rilassato. Sono le 12:30 e comincio un blando riscaldamento: voglio far tutto tranne che partire a ‘bomba’. Devo cercare un mio passo, un mio ritmo. Prevedo due ore e mezza di gara e la voglio finire.

Ore 12:45, comincia la ‘strana’ partenza rolling, a batterie di 10 persone. Non è male, la gara in bici sarà no-draft quindi questo aiuta a non ammassare troppe persone. Tutto bene quindi? Non proprio. Ci fanno stare in zona cambio ognuno davanti alla propria bici. Tutto procede normalmente per i primi 200 atleti poi l’inghippo. Vedo i giudici sbracciarsi, non trovano gli atleti dal 201 al 210. C’è confusione, alla fine poco prima del mio start dobbiamo letteralmente correre con il giudice per arrivare alla linea di partenza. Non faccio a tempo ad essere sulla linea che c’è il fischio della partenza. Va bene un po’ di riscaldamento non fa male ma direi che la cosa andava organizzata meglio.

Sono le 12:55 circa. Premo start e subito sento il fiato corto. Rallento, non devo fare cazzate. Mi trovo ultimo della mia batteria da 10 e un po’ mi infastidisco ma cerco di stare calmo. Infatti dopo circa 2 chilometri sono io a fare l’andatura del mio gruppetto. Neppure il tempo di valutare positivamente questa cosa che mi passa un gruppetto di 3-4 atleti. Sono di una o due batterie dopo la mia è hanno un passo da 3 min e 30 a chilometro o forse meno. Io continuo a seguire il mio istinto senza guardare troppo l’orologio. Lo guardo verso metà della prima frazione a circa 5km: il fido Garmin segna 4 min e 18 secondo a chilometro. Bene, anzi questa volta diciamo benissimo. Avevo in mente un tempo superiore ma sto bene, i battiti non sono troppo alti. Devo gestire una sola cosa un po’ inaspettata in pianura Padana: i saliscendi. Sono tanti e continui. Per carità nulla che nemmeno assomiglia ad una salita, sono piccoli falsopiani ma comunque fastidiosi. Nel frattempo guardo gli altri concorrenti che sono già verso la fine della frazione, fatta a forma di bastone con gente che va e che viene. Vedo in particolare Sarzilla, che letteralmente vola non sembra neppure che tocchi terra. 10 km esatti ed entro in zona cambio. Il passo è rimasto quello, 4:18, e sono stra-felice. Certo un po’ stanco ma soddisfatto.

Salgo in bici. Primo chilometro e due problemi. Il primo lo sento subito e si chiama vento. C’è, non è forte ma è fastidioso. Secondo: qualcosa non va nella mia bici. La ruota anteriore tocca da qualche parte e lascia una scia sul copertone. Mi preoccupo, 40 chilometri così non riesco a farli perché rimango di sicuro sulle ‘tele’ e poi la gomma si buca. Sono un po’ incazzato perché sto abbastanza bene e non voglio che finisca così. Rallento e apro il freno anteriore. Sollevo la ruota e cerco di capire dove tocca, ma è una manovra pericolosa in corsa. Valuto se fermarmi a controllare, ma decido di aspettare un po’. Richiudo il freno e nel farlo prendo una bella buca. Quasi finisco a terra, ci è mancato davvero poco. Però per qualche strano motivo non sento più il rumore: è la prima volta che una buca sistema la mia bici invece di sfasciarla! Incredibile, non ci credo ma ci rido su e comincio a pedalare di brutto. Troppo di brutto. Sono passati 11 chilometri, non so che media ho ma gli ultimi 5 li ho fatti davvero bene. Senza preavviso e senza un perché arrivano. Loro. I crampi. Ed è dolore, quello vero. Entrambi i polpacci nella parte alta. Le solite due arance, il dolore però questa volta è insopportabile. Sono costretto ad accostare, sono fermo. Mi tolgo i compressori dei polpacci non so se mi hanno fatto bene o male ma sento che ora devo prendere aria. Perdo 30, 40 secondi. Tante posizioni. Mi arrabbio e risalgo in sella. Cerco di allungare ad ogni pedalata ma il dolore non se ne va. Quasi urlo, un po’ per disperazione, un po’ per nervosismo e infine per il male. Alleggerisco il rapporto e cerco di pedalare più veloce: fa più male ma le devo provare tutte. Piano piano sento che va un po’ meglio. Certo appena cerco di spingere di più, di tenere un rapporto più ‘duro’ sento i polpacci chiamare vendetta. Niente, non posso fare nulla ma non voglio mollare. Cerco di spostare il pensiero, un po’ funziona, prendo un buon ritmo anche sfruttando un po’ la scia delle persone (tante) che mi superano. La strada si fa stretta e il vento è forte. Cerco di stringere i denti, pedalo a testa bassa senza quasi guardare avanti, pregando in una curva che ci faccia cambiare direzione. Sono ai 20 km, ne mancano ancora 20. E’ oggettivamente un calvario, l’unica cosa che mi dà un po’ di forza è vedere che non sono l’unico ad essere in difficoltà. Per fortuna e non so bene per quale strano motivo i 30km arrivano più velocemente di quanto potessi immaginare. Ora è fatta, devo solo stringere un po’ denti. Sa ora in avanti tra l’altro la strada la conosco, l’ho fatta in macchina per arrivare a Quinzano. Mi sento un po’ meglio e provo a spingere di più in questi ultimi km di bici. Finalmente la zona cambio. Non vedevo l’ora.

Rimetto le scarpe ed è di nuovo crampo, sempre solito punto limitato ‘fortunatamente’ al polpaccio sinistro. Mi esce un netto ‘vaffanculo’, urlato, ma ora non c’è storia, anche camminando questa gara la finisco. Comincio e cerco un ritmo lento ma costante. Primo chilometro della terza frazione e ancora una volta due problemi. Il primo è il terreno. Ghiaino, sabbia. Le scarpe affondano e fare i passi è difficoltoso, sicuramente più difficoltoso rispetto all’asfalto. Il secondo è un principio di crampo al quadricipite della gamba destra. La sensazione, anche in questo caso, non è nuova. Tutto già provato durante il mezzo ironman lo scorso anno a Mergozzo. C’è una sola cosa da fare… smettere di pensare. Così faccio. Guardo in giro, le persone a lato, quelle nelle case che vedono questi pazzi correre. Intanto prendo un po’ il ritmo, non elevato, ma neppure così male. Supero un po’ di atleti e altri superano me. I chilometri passano in fretta, più di quanto mi immaginavo. Sono all’ultimo chilometro, raccolgo le ultime energie e sono al traguardo. 2 ore 15 minuti.

Con mia grande sorpresa riesco a recuperare abbastanza in fretta. Sono stanco, non c’è dubbio. Sono però anche con il sorriso, soddisfatto. E’ la prima gara targata ‘campionato italiano’ che non mi lascia l’amaro in bocca. Recupero le mie cose, faccio due telefonate e sono sulla strada del ritorno. Archiviamo questo duathlon classico in modo positivo, con un sorriso!

La mia gara su Garmin.

Le foto questa volta le ho dovute comprare :-(…