Lignano Sabbiadoro, sabato 29 settembre 2018.

Ore 7 e 15, suona la sveglia dello smartphone. Sono a casa dei miei, in Veneto. Non mi piace molto la melodia del Samsung, ma oramai quella musichetta l’associo con ‘forza, si deve andare’. “Oggi non sarà facile”, questo il primo pensiero mentre sono in bagno che mi metto le lenti a contatto. Colazione. Tè caldo, torta della mamma (ottima), pane, cioccolato Novi fondente. Torno in camera, maglietta del Cus Pro Patria e tuta rossa delle generali. Scosto un po’ la tenda, fuori le foglie si muovono, non molto ma si muovono. Brutto segno.

Decido per passare da Padova, limitando così i chilometri in autostrada. Oggi dovrò farne moltissimi. Macchina, musica e pensieri. Sono in largo anticipo, non sono agitato. Non ho obiettivi specifici, mi piacerebbe solo fare una buona prestazione in acqua, diciamo 1:55 ogni 100 metri. Per il resto non posso pretendere molto dal mio fisico, sono ancora stanco dal mezzo ironman, la domenica precedente mi sono inventato pure di fare una gran fondo negli Appennini. Doveva essere un allenamento, ha finito per essere una gara conclusa con i crampi. Insomma, sto un po’ esagerando, lo sento ed è arrivato il momento di recuperare energie e anche di staccarsi un po’ dal mondo dello sport. Penso che faccia bene prendersi un po’ di pause, altrimenti si rischia di stancarsi ‘psicologicamente’. Già, ma non oggi. Oggi a Lignano ci sono i ‘campionati italiani di triathlon’.

Sono a Lignano. Non capisco bene, mi aspetto di trovare un posto comodo per parcheggiare la macchina ma continuo a girare senza trovare qualcuno che mi dia indicazioni precise. Mi innervosisco un po’, dovrebbe essere ‘la gara’ in termini di organizzazione ma non mi sembra sia così. Lascio la macchina e mi avvio verso il fulcro di tutto: zona cambio, partenza nuoto, deposito borse ecc. che dista ben 1km. Rimango un po’ frastornato. Musica, speaker con volume altissimo. Una specie di ‘show’ uno spettacolo. Per chi? Non lo capisco bene. Stanno correndo le ragazze ma non ci sono ali di folla per le strade. Qualche amico / parente sparso qua e là e soprattutto gli atleti maschi che dovranno partire nel pomeriggio. Tutto troppo esagerato insomma, a partire dal volume che nei pressi delle casse arriva ad assordarti. Questo il primo impatto. Il secondo è ancora peggio del primo. Vicino al mare c’è vento, tanto vento. E il mare? E’ marrone, le onde sono alte, molto alte. La sabbia della spiaggia si alza trascinata dal vento e in poco tempo mi ritrovo con gli occhi che bruciano. Ma ci faranno nuotare con quel mare? Veramente? Pare di sì, almeno le ragazze hanno nuotato. Incontro un po’ di compagni di squadra, l’aria è abbastanza tesa, in tanti parlano del mare. Recupero il pettorale, decido di non mangiare per paura di vomitare tutto in acqua. Torno in macchina, amareggiato. Altro che buon tempo in nuoto, qui devo puntare ad uscire dall’acqua.

Ore 13, tutto è quasi pronto. Porto la bici in zona cambio, metto giù la borsa e mi metto la muta. Obiettivo entrare in acqua e provare l’ebrezza di nuotare in quelle onde. L’impatto è deprimente. Non riesco a nuotare, tra un’onda e l’altra mi sento trascinare indietro dalla corrente. Esco. Ora sì: sono agitato, mi chiedo cosa ci sono venuto a fare. Ore 14, sono in coda con gli altri atleti per entrare nella mia batteria. L’avevo letto nel programma ma non l’avevo ben capito. In pratica: i ‘pro’ (primi 150 atleti) partono alle 14. Poi attesa di 20’. Altri 150 atleti. Poi attesa di 2 minuti e ci sono io. E poi? E poi altri 20 minuti per terza batteria. Ma perché? Ho come l’impressione che questo mi penalizzerà un bel po’.

Ore 14 e 20, circa. Partenza. Solita tonnara a cui si aggiungono le onde. Non ho voglia di spintoni. Mi defilo, cerco di stare ai margini. Arrivo alla prima boa ed è il caos. Sono tutti praticamente fermi. Mi fermo anche io. Pian piano come da un mega ingorgo il traffico comincia a defluire. Cerco una specie di ritmo ma non ce la faccio. Mi accorgo che non sto praticamente usando le gambe. A metà cerco con lo sguardo la boa, non la vedo, le onde sono troppo alte. Per fortuna attorno a me ci sono altre persone così ho un riferimento. A volte l’onda arriva nel punto sbagliato e così bevo. Tossisco, impreco. Non sono troppo affaticato ma non riesco a ad andare veloce. O meglio non capisco proprio nulla, mi sento dentro una lavatrice. Passo a sinistra la boa e manca il pezzo finale. Prima di riuscire ad uscire dall’acqua so che ci sono delle ‘secche’ quindi bisogna ‘correre’, ‘saltellare’. Alzo la testa e vedo in lontananza molti atleti già ‘saltellanti’. Capisco di essere indietro, forzo la bracciata. In quel momento il dolore. Probabilmente sono passato vicino ad un gonfiabile di pubblicità e con la mano sinistra ho preso la corda che lo teneva fermo. Era una corda di acciaio? Non lo so ma il male è tanto. Esco dall’acqua e mi guardo la mano. Sanguina. Molto. Il taglio è lungo 5 cm, lo apro per capirne la profondità. In questo momento mi sento trascinare dagli altri concorrenti che mi superano, sono praticamente tra gli ultimi. Cerco di non pensare e correre fino a T1, valuterò in quel momento quanto sangue sto perdendo. Metto in acqua la mano per fare in modo di disinfettare ancora un po’. E corro.

T1. Sono un po’ scoraggiato, mi rendo conto di essere tra gli ultimi. Inizio la frazione di bici completamente solo. Capisco subito di avere poche speranze: la prima batteria sono già alla corsa e quelli della mia sono già lontani per aspettarli nel secondo giro. Insomma, sono io e il vento. E basta. Dopo il primo km mi raggiunge un atleta. Alla prima curva prende una buca e non capisco come ma vola in aria. Sono solo e mi aspetta tutto un tratto con il vento contrario. Davanti vedo un altro atleta nelle mie condizioni, si alza, ci aspettiamo. Arrivano altri due da dietro. Siamo in 4, andiamo d’accordo e cominciamo a cambi regolari. Il percorso bici non è niente di ché. Alcuni rettilinei, curve insidiose, insomma non c’è molta magia. Alla fine dei 20 km riusciamo a raggiungere un gruppetto di altri 5. Peccato, se fin da subito fossimo stati di più forse avrei fatto un po’ meno fatica.

T2, corsa. Comincio con un buon passo, sento che sono al limite, sento la stanchezza sulle gambe. Tengo duro, il primo tratto ha vento a favore e questo mi aiuta. Il ritmo è buono ma gli altri sono tutti davanti a me e bene o male corrono tutti sui 4 min al km o forse meno. Al secondo e ultimo giro mi sento triste, vedo che sono tra gli ultimi a concludere la batteria. Passo il traguardo con un misto di amarezza e rabbia. Il tempo non è neppure così male, 1h e 12 min.

Mi avvio veloce a prendere la borsa per cambiarmi, tira un vento fastidioso. Guardo l’orologio. La prima frazione a nuoto ho fatto 2 min e 11 secondi a km. No non ci siamo proprio. Sono molto deluso, mi cambio velocemente e vado verso la zona cambio per prendere la bici. Pensieri si affollano nella mia mente, è stata una delusione c’è poco da fare. E non riesco a mandarla giù. Ovviamente non posso prendere le mie cose, proprio in quel momento sta arrivando la 4 batteria con la quinta e la sesta. Aspetto fuori seduto su un prato, solo con i miei pensieri, tra le grida inutili degli speaker e la musica che sembra di essere in una discoteca. Sono infastidito.

Sono le 17 finalmente aprono la zona cambio. Alle 17 e 20 sono già in macchina, direzione Milano. Mi aspettano più di 300km di pensieri.

Mi ci sono voluti diversi giorni per mandare giù questa gara. Non c’erano le condizioni, vero. Quel mare faceva paura, il taglio alla mano (ma in un campionato italiano possono succedere queste cose?), le batterie distanziate di 20 minuti. Il vento. Tutto vero. Ma lo stesso mi dispiace. Perché c’è poco da fare gli altri comunque sono andati più forte. E io potevo fare di più. Questa gara era la conclusione della stagione, una bellissima stagione. Avrei voluto che fosse diversa. Poi è stata anche utile in termini di valutazione delle gare da pianificare nei prossimi anni: non sono così sicuro di voler tornare a fare questa ‘gara circo’. Non mi è piaciuta.

La conclusione di tutto ciò è semplice, questo è lo sport, questo è un pezzo di vita. Devi accettare le sconfitte (quelle tue personali fanno comunque male) come le grandi imprese e le soddisfazioni (come il mezzo ironman di qualche settimana prima).

La mia gara su Garmin.

Le poche foto (2 acquistate). Si è proprio sentita la mancanza del fotografo, durante tutto il sabato!

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