Lago di Mergozzo, domenica 9 settembre 2018.

Un traguardo. Un obiettivo nella mia mente da qualche anno. Half Iron Man. Sì, vero half. Ma va benissimo così, per me è una soddisfazione, un sogno che si realizza e che terrò ben stretto. Perché sono ben 1,9km di nuoto, 90km in bici e una mezza maratona. E ora lo posso dire, più di 5 ore di gara.

Ma andiamo con ordine, devo riuscire a scrivere le mie emozioni in queste poche righe.
Cominciamo dall’iscrizione. Luglio 2018. Ho appena iniziato un nuovo lavoro, è un cambiamento e come tutti i cambiamenti richiedono tempo di adattamento. Il tempo per allenarsi è diminuito e sono in evidente calo di forma fisica. Che faccio: mi iscrivo o no? Il triathlon di Mergozzo l’ho studiato. Ottimo lago tranquillo per nuotare. La bici non sembra particolarmente impegnativa, non ci sono indicazioni nel sito ma chiedo agli amici triatleti che mi assicurano essere una frazione ‘piatta’. E poi la mezza, quattro giri da fare. Vero, un po’ noiosi, ma con il vantaggio di avere punti di riferimento per distribuire le energie residue. Insomma una gara ideale per fare la prima volta un mezzo iron man. Quindi? Mi iscrivo! Durante il 2018 mi sono allenato bene, con costanza. Buttare via tutto non era il caso. Detto questo passiamo al racconto.

Sabato pomeriggio. Ore 15 circa. Inizia la preparazione. Borsa, sacchetto per la muta bagnata, accappatoio, ciabatte. Inizia così la lista delle cose stampata in un foglio A4 piegato e ormai vissuto. E’ sempre un emozione, mi piace preparare le cose, ordinarle dentro la borsa. Ho sempre amato questo aspetto del triathlon: servono tante cose per fare una gara e vanno organizzate. Ore 17, sono in garage. Questa volta voglio evitare gli errori dell’Idroscalo dove ho dimenticato il casco. Scendo con la lista alla mano. Carico la bici, le scarpe e ovviamente il casco! Sono pronto. E sono un po’ agitato…
Domenica mattina. Ore 6. La radiosveglia emette qualche nota che conosco ma dopo un minuto già non ricordo. In cucina la colazione è pronta o quasi. Mi vesto in fretta e comincio a mangiare. Lo stomaco è chiuso. Ho dormito ma evidentemente sono ancora agitato, la sento questa gara non c’è dubbio. In macchina il tempo passa veloce. La strada è quasi deserta, ci sono un po’ di nuvole alte ma le previsioni danno sole. Meglio così, un’altra gara al freddo come Lavarone non la voglio fare.

Mergozzo è come me l’aspettavo. Un paesino piccolo sulla sponda nord di un bel lago, tranquillo. Le case sono vecchie il tempo sembra essersi fermato. Ritiro il numero, 253, sorrido, questa volta ho un pettorale con il numero alto non avendo punteggio per questa distanza. Cerco parcheggio. Con mia grande sorpresa devo girare un po’. Di solito sono tra i primi ad arrivare, in questo caso invece sembrano essere quasi tutti già sul posto. Vedo persino Massimo Cigana che sta preparando la sua (bellissima) bici. Parcheggio, preparo la bici con tutte le barrette sul tubo centrale. Dovrei mangiare. Nulla, non ci riesco, lo stomaco è bloccato, sento che sto ancora digerendo la colazione. Ore 8:30, la zona cambio è aperta. Come di consueto piccolo giro in bici, faccio il primo chilometro dall’uscita della zona cambio e torno indietro. E’ arrivato il momento della sistemazione bici, scarpe, asciugamano nella zona cambio. E’ un rito, è un momento di concentrazione. Stranamente comincio a rilassarmi, scambio due parole con gli altri concorrenti, faccio il check finale con il solito foglietto rovinato. Mi avvio all’uscita, tappa in bagno e poi vorrei fare due bracciate di riscaldamento. Prima di uscire vengo attirato da alcune grida: sì sento bene è dialetto veneto. Anzi sento meglio è veneziano. Ma che urla? Non ci credo subito ma ci sono due atleti che litigano, mi interrogo sui problemi della gente. Evidentemente tanti.

Ore 9 e 20. E’ arrivato il momento di indossare la muta. Solito rito di vasellina sul collo, sui polsi (non dove ho l’orologio…) sulle caviglie. Consegna borsa e poi due bracciate, giusto due per non fare fatica. Scopro che il deposito borse si trova nei pressi della zona cambio. Impreco un po’ contro gli organizzatori (la zona cambio non è vicina) e chiedo un super favore al fotografo personale per l’occasione diventato porta-borse. Che TOP. Mi tuffo, l’acqua è… perfetta! Ne troppo fredda, ne troppo calda. Niente alghe. Tutto sommato si riesce a vedere anche qualche metro sotto. Gran bel lago quello di Mergozzo.

Ore 9 e 45, dallo speaker arriva l’invito a raggiungere la zona di partenza. Apprendo con sollievo che ci saranno due batterie e io sarò nella seconda. Perfetto. Con circa 400 atleti al via altro che tonnara, sarebbe stato un delirio. Mi avvio verso la partenza e niente… devo fare la pipì. Non c’è verso, non posso stare in acqua così a lungo senza farla. E pensare di farla dentro la muta, anche no. Ho già la muta bagnata, non so se e come poi riuscirò a rimetterla. Sono un po’ nel panico. Ho poco tempo. Cerco di stare calmo. Pian piano rimetto la muta e mi accodo per fare la spunta.

Ore 10. VIA! No panico. Questo mi continuo a ripetere e questo funziona. Nessun affanno, come mi capita spesso nelle altre gare. Prendo bene il ritmo, i contatti ci sono ma non sono così frequenti. Sento vibrare l’orologio, ho già fatto 500 metri. Bene, molto bene. Cerco di tenere il ritmo. Ad un tratto sento con insistenza delle braccia che mi colpiscono: è un altro concorrente che se la sta facendo tutta a dorso. A dorso? Ma puoi? Sì può e quasi va più veloce di me. Quello che dà fastidio però è che non vede d’avanti e continua a menare. Decido per una strategia semplice: prendo un’altra rotta. Arriva il giro di boa, dobbiamo uscire dall’acqua, fare 100 metri di pontile e rituffarci. Alzo la mano, come avevo accordato con il fotografo personale in modo che potesse immortalare questo momento: il tuffo. Di testa, senza però spingere troppo, ho paura dei crampi al polpaccio. Sorrido. Sapevo che dovevo fare questo tuffo ed ero un po’ agitato, tanto che avevo pensato di buttarmi a bomba. Riprendo le bracciate mentre vedo molti altri atleti fermi in acqua a risistemare gli occhialini. Manca poco, sto ancora bene. sento in sequenza vibrare l’orologio sui 1.000 metri e sui 1.500. Al giro dell’ultima boa un piccolo fastidio al polpaccio destro. No! Penso. Non ora, non posso permettermi un crampo: poi devo fare 90 km in bici e una mezza maratona! Smetto di battere le gambe, il dolorino rimane là ma non aumenta. Ultime bracciate.  E’ il momento della verità: se camminando mi fa male sono problemi altrimenti tutto passa. Cammino, con calma, non fa male. Sorrido. Ora devo fare da “solo” 90 km in bici.

Esco dalla zona cambio e sono tranquillo. Inutile agitarsi. Comincio a pedalare, senza troppi affanni. Passano 5 km e manco me ne accorgo. Devo mangiare. Prendo la prima barretta Enervit: non c’è fretta, con calma. Ci metto quasi 5 km a finirla. Il percorso bici è un bastone da ripetere due volte. Ogni segmento sono circa 22 km e mezzo. Non devo fare altro che memorizzare alcuni punti di riferimento, in modo da tenere a mente i punti più difficili. Che non mancano. Qualche falsopiano, qualche passaggio pedonale con i Sanpietrini. Sono al giro di boa, sono estremamente contento. Ho tenuto la frequenza sotto controllo, ho mangiato e bevuto. Sta andando tutto troppo bene… e infatti… tutto il segmento di ritorno è con il vento contrario! Con fatica e con la frequenza che si alza sempre di più arrivo a giro di boa. Mi fanno un po’ male le gambe, ho fatto 45 km. Mi impongo di tenere tutto sotto controllo, è il momento di usare la testa. Non posso forzare. All’ultimo giro di boa la genialata: devo ricaricare la borraccia e non se ne parla di fermarsi. Ma come fare? Devo svitare la borraccia e versare l’acqua, mica facile. Così svito il tappo, lo metto dentro i pantaloni del body, riempio la borraccia e la richiudo. Sorrido, non so come mi sia venuto in mente tra stanchezza e poca lucidità. Mancano 22 km e poi metto giù la bici. Comincia il calvario. 22 km infiniti. Il vento si è alzato e ora soffia forte, tanto che alcune raffiche mi spostano di qualche metro. Mi viene in mente il campionato italiano di Duathlon a febbraio, dove un vento di bora gelida mi ha fatto faticare non poco. Mancano ancora 10 chilometri. Cerco di convincermi mentalmente che sono pochi. La frequenza si è alzata, ora da aerobica a soglia. La velocità si è abbassata, ora non raggiungo i 30 km\h. Non mi passa nessuno, mi volto, sono solo, mi chiedo se non ho sbagliato strada. Mi fanno male le gambe nella parte sopra il ginocchio. Mi fa male anche il culo ma non posso alzarmi perché ogni sforzo sulla parte alta dei muscoli delle gambe significherebbe crampi. Ultimi rettilinei, ci sono. Scendo dalla bici, devo correre per 21 km.

La partenza della parte run è come me l’aspettavo. Al posto dei quadricipiti ho due pezzi di cemento. Le gambe sono pesanti e non girano. Avanzo piano cercando di non forzare. Entro nel circuito, questo lo devo fare quattro volte. Cerco dei punti di riferimento. Devo staccare la testa è l’unico modo. Comincio a pensare di tutto. Dopo il secondo ristoro mi passa un po’ il male. Sono incredulo. Mi impongo di non esagerare. I primi 10km passano in 49 minuti, quasi non ci credo, è un tempo buono. Al terzo giro mi rendo conto che ho finito tutto. Muscolarmente non ce la faccio, il fiato sta diventando corto, la frequenza va oltre i 175. No bene. Devo rallentare. No peggio, devo camminare. Lo faccio appena prima del tracollo. Comincia un tira e molla camminata – corsa lenta. Chiedo al fotografo di accompagnarmi un pezzo a piedi che per l’occasione assume un nuovo ruolo: il motivatore! Quarto giro, ci sono. Pezzi di corsa a 5 minuti al km. Ultimo km, recupero tutto quello che ho, devo correre. No, non ce la faccio. Partono crampi ovunque, nella parte superiore e nei polpacci. Mi fermo. Stringo i denti, il traguardo del mio primo mezzo iroman è là. I 100 metri finali sono una passerella bellissima. Arrivo con un sorriso, premo stop sull’orologio: 5 ore e 26 minuti e 43 secondi. Un tempo che mi riempie di felicità.

Sono le 19. Sono a casa. Doccia. Sono ancora un po’ stordito e un po’ incredulo. Mi peso. 66,3 kg. Solo 24 ore prima pesavo 3 kg in più!

La mia gara su Garmin.

Le FOTO. GRAZIE!