Sabato 25 agosto 2018. Lavarone, Trento.

Ritorno alla scrittura sul blog dopo due mesi. Nessuna gara in questo periodo estivo? Non proprio. Sabato 21 luglio, Lago di Brasimone, provincia di Bologna. Nel cuore degli Appennini. Un bel posto, una gara difficile che avrebbe potuto riempire una pagina di questo blog. E invece? E invece dopo mille peripezie per raggiungere il luogo (causa traffico intenso sull’A1), dopo aver posizionato la bici in zona cambio, dopo aver quasi iniziato a mettere la muta arriva un bel temporale estivo. Di quelli con lampi, tuoni e grandine. Grandine delle dimensioni di noci, quella che rovina le macchine (e infatti ho dovuto aprire un sinistro). E così i giudici sospendono la gara e ci fanno tornare a casa con la coda tra le gambe. Niente gara, sarebbe stata una bella prova ‘no draft’, senza scia, una buona preparazione per la gara del 9 settembre prossimo.

Ma torniamo a Lavarone… Qui va meglio? Non proprio (e due!). La gara si presenta impegnativa, è un olimpico, sulla carta un dislivello abbastanza notevole. A complicare il tutto ci si mette un tempo decisamente fuori stagione: pioggia e freddo. Tanto freddo.

Ma andiamo con ordine.

Sabato mattina, sveglia ore 7. Colazione abbondante ma niente pasta. La gara è a mezzogiorno e non me la sento di mangiare la solita pastasciutta mattutina. Il tempo è grigio, durante la notte ha piovuto molto. L’aria è frizzante ma non fa troppo freddo. Mi avvio verso Lavarone, scelgo la strada un po’ più lunga ma con meno curve. Per le strade poche macchine, è un piacere guidare per i paesini dell’alto vicentino. Dopo Piovene Rocchette la strada si fa un po’ più stretta. Comincia la Valdastico. La valle è stretta, un po’ cupa. C’è verde ovunque, sembra un posto disabitato, selvaggio. Alla mia destra riconosco l’Altopiano di Asiago, le rocce e i forti che guardano verso valle. Sono abbastanza sereno.

Sono quasi le 9, perfetto orario. Ritiro il numero e il pacco gara. Una maglietta da ciclismo, con un ottimo tessuto. Bravi i 33 Trentini Triathlon, finalmente un pacco gara utile. Visto che ci sono mi faccio dare il tagliandino per il parcheggio, costo 5 euro. Con il senno di poi questa cosa mi ha fatto arrabbiare non poco. Lasciamo stare i 5 euro del parcheggio, dopo aver versato già 65 per la gara. Quello che mi fa incazzare è che meno della metà delle macchine che poi hanno posteggiato in quel parcheggio non ce l’avevano. O fai pagare a tutti o non fai pagare nessuno. Altrimenti siamo alle solite: i furbetti vincono!

Ore 10 e 30. Giretto in bici, ormai diventato di routine, provo la strada di collegamento che va al circuito che dobbiamo fare tre volte. Primo tratto di discesa, bene, si recupera fiato dopo la frazione di nuoto. Vado verso la zona cambio, preparo tutto e faccio il solito check con la lista Excel. Manca il chip! Sarà l’età ma non c’è nulla da fare, quella lista mi serve proprio! Metto la muta e guardo il lago: è… piccolo! Ci sono ben due giri e mezzo da fare in un percorso a rombo, con le boe da tenere sulla destra. La punta a sud del rombo è veramente stretta. La batteria sarà di 150 persone come al solito? Bene, prevedo botte.

Ore 12. Partono le ragazze. Ore 12:15 vogliono aspettare che le ragazze finiscano il secondo giro. Come al Cavallino e come in quella occasione la domanda è: “ma perché?”. Alla fine prendono la decisione peggiore: passate le prime 20 ragazze ci fanno partire, non oso immaginare la rabbia delle altre che si sono trovate la massa di tonni di fronte. La partenza è un disastro, come me l’aspettavo. Nuoto per i primi 100 metri con la testa alta. Prendo legnate a destra e manca. Ad un certo punto sento un colpo secco sul polso. No!,  penso. L’orologio un’altra volto no! Smetto di nuotare. Sollevo il braccio, sta ancora al suo posto. Cerco di prendere un ritmo, ma non è facile. Continuano ad arrivarmi manate ma soprattutto colpi con i piedi. Sento l’orologio vibrare per la seconda volta, sono ai 1.000 metri. Mi sento abbastanza stanco, ma cerco di non agitarmi. Devo recuperare, la gara è ancora lunga. Esco dall’acqua, la muta viene via bene. Decido di mettere la mantellina antipioggia, almeno quella smanicata. Fa freddo e c’è subito una discesa. Me la prendo più comoda del solito in zona cambio e infatti vedo sfilare di fronte a me parecchie persone.

Bici. Qui comincia il calvario. Fatto di salite, falsipiani ingannevoli e macchine che passano (la strada di fatto è aperta al traffico e non tutti capiscono che stai facendo una gara). Ma soprattutto dal secondo giro comincia il diluvio. Non sono abituato ad andare in bici con la pioggia e ammetto: ho paura. In discesa i freni non vanno, li premo ma la bici rallenta appena. E poi acqua, tanta, troppa. Resto da solo, le macchine mi passano e sento un po’ di sconforto. Sto soffrendo. Per la salita, per la pioggia, per il freddo. A metà del secondo giro mi passa De Gasperi, il Dega, il campione che sarà ai mondiali di triathlon (Iroman) a Kona, Hawaii. Pedala leggero, sembra che non faccia fatica. Mi passa al doppio della mia velocità. Sorrido. Vorrei dirgli ‘grande!!!’ ma non mi esce una parola. Passo per un piccolo centro di un paesino, c’è un piccolo supermercato della Coop con un orologio. Rallento un po’, leggo la temperatura: 15 gradi. Da là in poi è discesa. Comincio a non controllare i tremolii. C’è ancora un giro da fare. Mi chiedo seriamente se vale la pena continuare. Decido che non devo mollare. In salita spingo, metto tutte le energie che mi rimangono. Il motivo è molto semplice: devo scaldarmi. Raggiungo altri concorrenti, tanti imprecano contro la pioggia, altri si lamentano che la bici non frena. Siamo tutti sulla stessa barca. Mi viene un sorriso. Ultimi metri, c’è la strada di raccordo per tornare al lago. E’ in salita e non è banale (800 metri in totale di dislivello finali!!!). Sono in mezzo alla nebbia e sotto un diluvio. La foto in copertina rappresenta bene tutto: la fatica, le condizioni meteo.

Lascio la bici, esco dalla zona cambio e per fortuna il “supporter ufficiale” mi lancia una nuova mantellina per la pioggia. Ho i piedi ghiacciati, entrambi i mignoli mi fanno male. C’è subito una salita, anche nella corsa! Non riesco a prendere il ritmo, mi fermo e cammino. Approfitto per allacciarmi la mantellina. La strada prima spiana, poi è in falsopiano. Una vocina dentro me sta già dicendo: “no non mi piace questo percorso”, in effetti spacca proprio le gambe. E infatti dopo un km la parte alta sopra il ginocchio chiede il conto della salita in bici. Due pezzi di cemento mi si formano, sento che stanno arrivando i crampi. Rallento, cammino nuovamente. Dopo 4 km finiscono i saliscendi. Riesco a prendere un ritmo di corsa pseudo normale, riesco anche a scendere sotto i 5min a km. Poi arriva la discesa. Non sono preparato, perché ricomincia a piovere e si scivola. Mi viene in mente il ruzzolone fatto proprio da quelle parti tre anni fa, che mi fa rallentare, mentre vengo passato da molti atleti e perdo posizioni.

Arrivo. Ce l’ho fatta. Sto meglio di quanto pensassi. Sì certo, sono stanco ma non piegato dalla fatica. Recupero in fretta, nel frattempo la pioggia scende ancora copiosa. Bevo due tè caldi e mi avvio verso la macchina per cambiarmi. 3 ore di gara. Che esperienza!

 

La mia gara su Garmin.

Le foto (questa volta il fotografo si è superato!!!)