Diga del Molaco, provincia di Piacenza, domenica 17 giugno 2018

Partiamo subito con una buona notizia: questa volta non mi sono dimenticato nulla. Quasi non ci credo neppure io!

Quarta gara di triathlon dell’anno, terzo sprint di fila. Era dallo scorso anno che avevo nel mirino questa gara: per i luoghi, per la frazione bike (finalmente non solo in pianura) e per esplorare quegli angoli d’Italia sicuramente poco turistici, ma carichi di storia e di fascino. Devo dire che sotto quest’ultimo punto di vista è stata una bellissima gara: magari il lago artificiale non sarà stato granché ma le sue acque erano pulite ed è stato bello nuotarci. Che dire poi della stretta salita su ciottolato nel paesino di Caminata, con le persone alle porte delle proprie case che ti incitavano? Un’emozione, di quelle che ti danno la forza, che ti rimangono dentro, che ti ripagano delle fatiche. Sono belle le colline e le montagne dell’Appennino. Magari non sono così curate, magari le strade per arrivarci sono ‘rotte’ e piene di buche. Ma vale la pena di vivere questi luoghi.

Ma passiamo alla cronaca!

Ore 6 e 25, sono sveglio. Mi scappa la pipì. Non ho la forza di alzarmi, aspetto ancora cinque minuti, poi dovrebbe suonare la sveglia. Nel frattempo ripasso: colazione, sistemazione bici in macchina, ultimo controllo generale con tanto di lista scritta in Excel: questa volta non devo dimenticare nulla! Ore 7, sono in macchina. Google dice 45 minuti e solo 34 km (non sono a Milano, qualche volta la casa del fotografo ufficiale è più comoda). Faccio due conti e mi chiedo come sia possibile. Lo scopro presto: la strada si inerpica tra le colline, è stretta, è piena di buche. Per fortuna è domenica mattina e non c’è anima viva per le strade. L’unica macchina che ho davanti ha l’adesivo della M con il pallino rosso (IronMan): questo è uno che fa la gara.

Il ‘ristorante bar quattro venti’ è come me lo immagino. Sa di anni ’70, di pasti semplici e di liquori digestivi. L’organizzazione è un po’ complicata, siamo in una valle stretta: numero e pacco gara (ma lo possiamo chiamare ancora così??? Una misera maglietta di cotone, per fortuna con grafica carina. Quest’anno è stato l’anno dei pacchi gara inesistenti, deludenti, si è salvato solo quello EcoRace della prima gara!, uno su cinque), partenza e arrivo al ristorante, il parcheggio in una specie di villa abbandonata (posto incredibile, merita di vederla) e zona cambio ancora più avanti, a circa 500 m dal ‘bar’. Ma per fortuna sono arrivato presto: ho tempo così di capire la strategia migliore e fare le cose con calma. Leggo la lista partenti: 240 atleti maschietti e non poche ragazze. Alla faccia della garetta del Paese penso. Parcheggio la macchina, gonfio le ruote della bici, mi preparo. Due pedalate e metto la bici in zona cambio, sono tra i primi ma va benissimo così. Sto rispettando i tempi che mi sono disegnato, voglio riuscire a fare il riscaldamento in acqua prima della gara.

Sono di nuovo al ‘bar’: dalla piccola pedana galleggiante osservo il percorso nuoto. Semplice. In pratica una linea dritta fino a tre boe gialle che fanno fare una curva a destra abbastanza ampia. Prima delle boe altre piccole boe gialle indicano la linea. Davvero mai avuto un percorso più semplice. C’è un ma, però. Non vedo numeri di batterie. Per quanto largo saremo tutti e 240 nella stessa linea, lo so già che saranno cazzi.

Muta (che fatica ogni volta metterla). Spunta (passaggio sul tappeto per dire ‘ci sono anche io: registrate il mio tempo’). Acqua (non sono mica capace di fare un tuffo decente, #sapevatelo). Premo start nel Garmin, penso: ‘oh stai ben fermo nel mio polso’. Via!

Non è casino come al solito. Bene, benissimo. No! Ovviamente, cinque minuti, più o meno, e finisce tutto. Comincio a ricevere manate a destra e manca, sono in una specie di gruppo in cui sembra che nessuno voglia andare dritto. Ad un certo punto uno mi mette entrambe le mani nella schiena portandomi giù. Bevo un po’ d’acqua, risalgo, mi sposto di un po’, ormai manco mi arrabbio più. Perdo il ritmo e arriva imprevista la stanchezza. Tanta, troppa. Ho il fiato corto, le gambe mi fanno male. Comincio a perdere il senso di orientamento: non ci sono dubbi sulla linea, siamo in troppi, o tutti stiamo sbagliando o è corretta. Ma non ho ancora visto le boe gialli grandi che significano curva a destra. E’ normale? Mi sale un senso di agitazione. Così non va: faccio uno sforzo, alzo la testa il più possibile fuori dall’acqua: le vedo le boe sono ancora abbastanza distanti. Impreco. Mi demoralizzo, mi chiedo se il percorso non sia più lungo di 750 m. Dopo 20 bracciate rialzo la testa, ora sono di fianco la prima boa gialla. Torna un po’ di serenità, la prendo larga, non vale la pena di andare in mezzo agli altri. Riprendo ritmo, la stanchezza rimane ma cerco di tenere duro. Ultima boa gialla, finalmente di fronte a me l’arco che identifica la zona cambio. Devo ancora soffrire però, perché la stanchezza non si è mica dissolta. Finalmente vedo gli altri che si alzano, per prima cosa tocco il braccio sinistro: l’orologio c’è ancora! Dieci passi, premo il pulsante di cambio, leggo 13 minuti e qualcosa. Bene, mi sembrava passata più di mezz’ora. Non penso più a nulla, faccio le cose quasi in automatico. Un’occhiata a destra e ci sono delle persone che sono venute a vedermi. Mi fa un piacere immenso, mi dà la carica. Sono di fronte alla bici: mi ricordo di mettere i calzini, l’uscita è piena di sassi e voglio stare un po’ più comodo, preferisco perdere quei 20 secondi che non cambieranno di certo la mia posizione in classifica.

Bici. Primo km in piano poi discesa, recupero un po’ di fiato. Le gambe girano bene. Siamo in tre ma questa volta non ci penso: ci sono salite e discese la scia conta ma se ne può fare anche a meno. Vado per la mia strada, bisogna ‘solo’ pedalare. Entro nel circuito da fare tre volte: ancora discesa, l’ultimo tratto è su una strada sconnessa. Poi salita, mi sento bene. Dov’è finita la stanchezza del nuoto? Me lo chiedo, ma non ho la risposta. Mi passano tre atleti, vanno forte, sono i primi 3. Prendo la ruota, non li mollo. Inizia la salita in mezzo a Caminata. Stretta, bella. Loro si alzano sui pedali e mi lasciano là. Sorrido. Discesa ancora. Vengo raggiunto da una ragazza, la prima in classifica. Guida bene la bici, non posso però starle a ruota, è vietato. In salita ci sono vicino, si volta, mi rimprovera che non posso starle a ruota: ‘lo so’, le dico, ‘ma non è molto largo qui!’, faccio uno sforzo mi porto a fianco di lei. Nella salita in mezzo al paese riesco a tenerla dietro e staccarla. Il terzo giro raggiungo altri due atleti che non lascerò fino alla zona cambio.

E’ il turno della corsa. Controllo i battiti, sono abbastanza bassi. Ma non riesco ad allungare più di così il passo e non capisco bene il perché. Corro senza pensare, valuto solo i ‘giri’ di boa che tengo come riferimento. Dopo i primi due km comincio ad andare meglio, un po’ come è successo all’Idroscalo. Qui per fortuna però non ho mal di stomaco. In compenso però mi è tornato il senso di stanchezza che avevo nel nuoto.

Arrivo. E’ finita anche questa, quasi un peccato, penso. Mi sono divertito. 1 ora e 14 minuti, avevo previsto un tempo più alto.

Bella gara in una bella giornata. Da portare a casa nel cassetto dei ricordi. 69esimo posto finale su 240, va più che bene così. Grazie Val Tidone, grazie Appennini, grazie fotografo che riesci pur nell’agitazione (lo so!) a cogliere bellissimi momenti.

 

La mia gara su Garmin.