Porto Santa Margherita, 24 febbraio 2018.

Pensieri e parole.

Prima gara del 2018, prima gara con il body targato CUS Pro Patria Milano. Prima gara che lascia pensieri, appunto. Vediamo se riesco a riportare qui le parole.

La gara. Sabato mattina a Pianezze non fa freddo. Alle 8 un timido sole riscalda l’aria. Sei gradi. Va bene, anzi, va molto bene visto che ‘il meteo’ già da diversi giorni predicava ‘Burian’, leggasi gelo siberiano. La strada scorre, i pensieri anche. Ricordi. Padova, la tangenziale, i cinque anni imbottigliato ogni sera alle 19 a ritorno dal lavoro. Poi Mestre, “il fumo – o la rabbia – di Porto Marghera”. L’aeroporto, i viaggi a Roma con Alitalia, quando ancora il treno veloce non esisteva. Capo Sile e il bar dove con Davide ci siamo fermati dopo (l’ultimo) concerto di Guccini a Jesolo. Era l’estate del 2011, sembra passata una vita. A Passerella ho bisogno del navigatore, i ricordi finisco qui. E tempo di pensare alla gara.

Come mi sento? Bene. Fisicamente sembra tutto ok. Sono solo e mi godo questa giornata con me stesso, con la mia passione: correre, andare in bici. Nuotare, anche, ma non oggi. Oggi si corre, si pedala e si corre ancora. 5 km, 20 km e infine 2,5 km, per finire. Duathlon Sprint, si chiama. Quella che mi aspetta non è una gara normale, per tanti motivi. Il primo: è il campionato italiano di Duathlon Sprint, ci sono tutti, proprio tutti, i migliori della specialità. C’è tanta gente che va forte, molto forte. Come racconterò dopo. E poi…

Ore 10. Riesco a raggiungere il parcheggio prima della chiusura della strada, le ragazze, infatti, partono alle 10. Scendo veloce dalla macchina e vengo letteralmente travolto da una folata di vento. In macchina avevo intuito che c’era un po’ di arietta. Di certo non mi aspettavo folate di questa entità: ho sbagliato strada e sono a Trieste?

Mi dirigo verso la zona di arrivo, per ritirare il pettorale. Vedo le prime atlete entrare in zona cambio. Corrono, veloci. Il cambio corsa bici lo fanno ancora più veloci. Prendo appunti mentalmente: finché ci si mette il casco bisogna togliere le scarpe.

Otto gradi. Il vento non accenna a diminuire. Il freddo si fa sentire, nonostante il sole alto nel cielo. Non sono in ansia, preparo con calma la bici. Mangio una barretta. Non ho fame, non so se sia un bene o meno. Decido come vestirmi, ho praticamente portato via un armadio intero di capi sportivi. Mi accorgo di aver dimenticato una cosa importante: i gambali da corsa che fasciano i polpacci. Metto un paio di calze lunghe, perché comunque dopo cinque minuti al vento… tremo.

Ore 14. Partenza. Tutti sfrecciano come se dovessero correre per un chilometro. Mi chiedo se sono impazziti. Cerco di resistere mentalmente, non devo correre il primo chilometro a 3 e 30 e poi finire la gara per esaurimento di energie. Dopo qualche minuto non sento l’orologio vibrare: ma come non segna i parziali? No! Ed è colpa mia che non ho provato l’attività prima della gara sul nuovissimo Garmin 935, il mio nuovo coach per il 2018. Comincio a calcolare a mente, l’orologio mi segna comunque il passo medio: 3′ 55”. Mi sento bene, sembra però che gli altri si sentano meglio di me. Riesco a passare poche persone. Dopo 19 minuti è già ora di entrare in zona cambio. Faccio (incredibilmente) ciò che mi ero disegnato in mente: casco in testa e contemporaneamente tolgo le scarpe. Corro coi calzini sui pezzi di cemento di un parcheggio, un tappeto lo potevano anche mettere! Salgo in bici e infilo le scarpe, non mi sembra vero, un cambio da manuale. Unico problema: un elastico non vuole sapere di staccarsi, rallento un po’ e con la mano lo stacco.

Alzo la testa e mi trovo incredibilmente solo. Non è possibile, penso. Altri atleti sono dietro di me, altri pedalano contro il vento più forte di me e agganciano un gruppo numeroso a circa 100 metri. Io in mezzo. Come a Trieste, nell’ultimo triathlon dello scorso anno. Non riesco a capacitarmi della sfiga, tento di spingere ma il vento mi sposta di alcuni metri, letteralmente! Sono leggero, non ho abbastanza forza, sono alla massima frequenza cardiaca. E sono maledettamente solo! E’ disperazione, guardo l’orologio, sto facendo i 23 km\h. Non è possibile. Alzo un rapporto, cerco di mettermi in posizione più aerodinamica. Due lunghissimi chilometri e l’incubo per fortuna finisce, vengo raggiunto da un gruppo. Tiro un respiro di sollievo, non so quanti siamo ma ho un solo obiettivo: coprirmi dal vento. Rimango in 3/4 posizione, cercando di essere generoso nel dare i cambi. Tutti fatichiamo, non tutti tirano. Al giro di boa la situazione si inverte, il vento è a favore. Voliamo, si toccano i 50 km\h, quasi senza far fatica. Riprendo fiato, mi aspetta un altro giro a vento contrario.

Un paio di curve prima del giro di boa e quindi prima del vento a favore ed è dolore. Di quello improvviso, di quello violento. Prima il sinistro e poi il destro. Sempre lo stesso punto, sempre la stessa sensazione. Una pallina grande come un mandarino, una pallina pesante di piombo. I muscoli che si contraggono, tutta la gamba che fa male. Distendo allungo. Prima uno poi l’altro. Il gruppo se ne va, rimango ancora solo. Questa volta piango davvero, dal dolore, dalla rabbia, dalla delusione. Il vento è a favore cerco di non premere sui pedali. Ma una pedalata va l’altra no. Mi fermo ancora. Distendo. Cerco di non forzare sui pedali. Riesco ad arrivare alla zona cambio. Il dolore c’è ancora. Metto le scarpe, penso di finire la gara camminando, in fondo ci voglio arrivare, anche ultimo. Dopo 200 metri provo a correre piano, nulla. Mi fermo distendo ancora. Cammino cercando di non pensare al dolore, mi concentro su altro. Pian piano ricomincio a correre, continuo a non pensare cerco di allungare i passi. Poco alla volta il male passa, non dal tutto ma mi consente di correre.

Finisco la gara in 1 ora e 8 minuti. Stremato. Arrabbiato.

Torno in macchina, sto un po’ con i miei pensieri. Va bene così, è già tanto averla finita. Guardo le classifiche. Rimango di sasso. All’ingresso nella prima zona cambio stavo bene. Ho corso a 3 e 56. Il mio record, in assoluto, non ho mai fatto meglio. Sono entrato in 236 posizione. Senza parole… ok allora va bene così. Alla fine pur con i crampi di posizioni ne ho recuperate sei, sono arrivato 230-esimo. Giusto per la statistica: per entrare nei primi 100 bisognava aver corso sotto i 3 e 35 a chilometro nella prima frazione, aver pedalato ai 36 di media in bici e aver chiuso sotto i 4 al minuto negli ultimi due chilometri. Fantascienza.

Ciao Caorle, ciao mare. Mentre scrivo ho ancora il dolore ad entrambi i polpacci. Speriamo passi. Anche da questa gara ho imparato tanto. Non ultimo una bella lezione di umiltà. Per ricordarmi che tutto questo non va fatto per guardare gli avversari, i tempi. Ma per provare l’emozione di una gara preparata bene, per migliorare se stessi, per godersi i posti e l’aria di un piccolo pezzo di questo nostro bellissimo Pianeta.

La mia gara su Garmin.

Le poche foto (ah quanto mi sei mancato fotografo ufficiale :-)).