Trieste, 15 ottobre 2017.

La mia anima è a Trieste.
(James Joyce)

Eh già. Trieste. Perché fare tanti, tantissimi chilometri per un triathlon qui? Perché questa città, Trieste, rappresenta qualcosa di importante per me.

Dopo due bellissime mezze maratone, nel 2015 e 2016, inoltre, volevo completare l’esperienza sportiva con un triathlon. Un olimpico per la precisione, gara che, tra l’altro, chiude la mia stagione 2017 nella triplice disciplina.

Sabato 14 ottobre. La giornata è calda, da alcuni giorni un importante anticiclone staziona sull’Italia portando la sua carica di giornate miti e soleggiate. Perfetto! Cosa chiedere di più in questo periodo dove le castagne sono spesso accompagnate da cieli grigi e pioggia? Assolutamente niente. Le condizioni sono ideali per cercare di dare tutto quello che si ha. O meglio, tutto quello che è rimasto. Il pomeriggio fa caldo e la città esplode di gente. Non si trova parcheggio. C’è una manifestazione di auto storiche, c’è lo ‘street food’… c’è la gente che lotta per trovare un posto al sole in Barcola. Cerco di portare tutto il materiale per il triathlon nel B&B prenotato, chiedo di poter mettere anche la bici! Il gentile proprietario acconsente. Libero da tutti i materiali ci concediamo un pomeriggio di cultura, visitando un importante struttura storica: la Risiera di San Sabba. Alla sera entro in modalità gara: piatto di pasta in bianco (provengo da una settimana con i soliti fastidi allo stomaco) e a letto (abbastanza) presto.

Ore 7 e 45. La musica che esce dal telefono la riconosco. I pensieri si affollano nella mente, tutto deve funzionare: mettere il body, la fascia cardio, coprirsi dal freddo con la tuta. Colazione. Portare giù la bici dalle scale senza fare danni. Alle 8 e 30 salgo in bici, la zona cambio si trova a meno di un chilometro. Sento l’aria fresca avvolgermi il volto, è una sensazione piacevole. Mi sento tranquillo, forse come non lo sono mai stato prima di una gara. Subito mi porto nella zona nuoto, stanno posizionando le boe. Allora è proprio vero, si nuoterà all’interno di una specie di porto, una zona delimitata da un muro in cemento. Non mi piace, per niente. 1. La prima boa è troppo vicina alla partenza. Uguale: casino. 2. Il giro è orario, ma non vedono che ci sono due barche ormeggiate? E noi da dove passiamo? Mando giù i pensieri, il segreto è uno solo, partire col sorriso.

Sistemo la bici in zona cambio. Sono concentratissimo, non devo dimenticare nulla. Tutto deve essere posizionato come nella mia mente, sembra una cosa banale ma mi aiuta tantissimo poi in gara. Esco dalla zona cambio e guardo l’orologio: ci sono stato fin troppo! Sono già quasi le 10 ed è inutile perdere tempo. Infiliamoci la muta, l’acqua nonostante il bel sole che nel frattempo si è fatto vedere non deve essere calda. La partenza sarà data in acqua evito quindi di prendere freddo andando a scaldarmi in mare per poi uscire. Ormai ho imparato… ti fanno entrare e poi danno lo start almeno dopo 5 minuti. Valuto il posto e capisco che il riscaldamento lo posso fare in quel periodo di tempo.

10 e 28. Sento il classico suono del via. Mi butto in mezzo alla tonnara. Al solito volano le manate ma sembrano un filo più gentili rispetto a Viverone. Non faccio a tempo a pensarlo che, come preventivato, devo letteralmente fermarmi al giro della prima boa. Niente, non si va avanti. Dopo qualche secondo che sembra infinito la coda si smaltisce, finalmente si inizia la gara. Proprio in quel momento mi sento trascinare giù. Manco me l’aspettassi riesco a non bere, risalgo e d’istinto mi viene da girarmi e urlare ‘ma vaffanculo!’. Già proprio così. Qui inizia la mia gara di rabbia, quella che non mi abbandonerà fino al traguardo. Nuoto con decisione e dopo la terza boa sono io quello che salta sopra ad un atleta che non si vuole spostare. Non lo faccio con gentilezza, ma forse non ancora come lo fanno con me. Cerco il ritmo senza troppo affaticarmi, infondo 1km e mezzo non è poco. Anche durante il secondo giro in acqua alle boe sono costretto a rallentare. Siamo in tanti. Ho tempo di pensare: meglio così in bici, poi, riuscirò a sfruttare meglio la scia. Già ma viste come sono andate le cose poi, forse dovevo fermare il pensiero…

Vedo la scaletta che fa da riferimento per la fine della prima frazione. Esco dall’acqua sì stanco ma non come a Sirmione. Corro, la muta si sfila che è un piacere. Numero, casco, occhiali. Esco dalla zona cambio: devo bere e mangiare la barretta. Cerco un rapporto agile, mi guardo in torno. Non c’è nessuno. Incredibile. Faccio i primi due chilometri praticamente solo. Comincio a preoccuparmi. Al secondo chilometro arrivano da dietro in due. Me ne aspettavo tipo 20. Ok. Cominciamo a cambi regolari. Andiamo d’accordo senza strappare tanto. Finisce il primo giro, ne abbiamo altri 3 da fare. Proprio in corrispondenza del giro di boa incontriamo due ragazze. Una delle due all’uscita della curva mi chiude letteralmente contro la transenna. Rischio seriamente di cadere. Dal nervoso spingo sui pedali un po’ troppo violentemente, il rapporto è troppo duro. Parte un crampo al polpaccio sinistro. NO! Non ci voleva. Impreco, cerco di tirare la gamba. Mi viene da piangere, non così, non ora, stavo bene. Pian piano riprendo a pedalare gli altri sono scappati ma non sono lontani. Spingo supero le due ragazze urlando ‘attenzione!’; la solita prende ancora paura e si sposta dalla parte sbagliata. Allora è un vizio! La strada questa volta è larga, la rabbia dentro di me non mi fa sentire il dolore al polpaccio. in 2 km circa riprendo gli altri. Ora siamo in 4, siamo ancora troppo pochi. Ma dove sono gli altri? C’è un gruppo numeroso a circa 200m da noi. Ne io ne gli altri abbiamo la forza per prenderli. Comincio a sperare di essere raggiunti dai primi, di sfruttare la loro scia per rientrare su questo gruppo. Alla fine del secondo giro è così, ci prendono. Mi attacco alle ruote, vanno forte ma non mi sembra di fare fatica. Ci avviciniamo al gruppo numeroso ma non lo raggiungiamo. Improvvisamente, a metà del terzo girò un tizio, quello che poi andrà a vincere, si alza sui pedali e ‘strappa’. Io ho ancora dolore alla gamba, impossibile seguirlo. Rimaniamo solo in due. No, un attimo, lo riscrivo. Solo in due! Un giro e mezzo così con il gruppo di almeno 20 persone ancora a circa 200 metri.

Raggiungo la zona cambio, dentro di me sono veramente arrabbiato. Stavo bene, fiato ne avevo. Sembra che tutte le sfortune si siano concentrate. Scendo dalla bici e mi metto a correre. Forte. Il polpaccio mi fa male ma a questo punto devo giocarmi tutto. Sento che riesco a mantenere un buon ritmo e decido di non forzare troppo. 10km non sono pochi e arrivare a 6 e poi non averne più vuol dire buttare via tutto. Caccio via il dolore, tanto che dal quinto km in poi quasi non lo sento più. Passo praticamente tutte le persone che stavano nel ‘gruppone grande’. Corro incazzato, per tutto il tempo. Anche gli organizzatori ci mettono del loro disegnando un percorso che sfiora aiuole, con curve a gomito che ti costringono a ripartire. 4 giri, 4 giri che non finiscono mai. Guardo l’orologio solo poche volte, vedo anche 4 min e 15 al sesto o settimo chilometro. Il traguardo è vicino, cerco di dare tutto e faccio persino una specie di volata contro nessuno, visto che sono solo. Ma tanto è ancora il nervoso che porto dentro. Chiudo in 2 ore e 21 minuti. Non mi rendo ancora conto.

Sono in macchina, l’orologio ha già scaricato i dati sul telefono. Apro l’applicazione. Alla fine in tutte e tre le frazioni ho fatto il mio miglior tempo. Miglior tempo! Nel nuoto, 2 min ogni 100m, nella bici, 36,5 km/h di media e dislivello 200m (non l’avrei detto), 4:29 passo medio di corsa con quasi 60 metri di dislivello. Mi torna il sorriso. Ma davvero? Sì davvero. Più di così non posso pretendere da me e devo solo che essere felice.

Grazie Trieste, anche questa volta segno i miei personal best in questa striscia di terra!

La mia gara su Garmin.

Le foto.