Andora, Savona, Parco delle Farfalle, 30 aprile 2017.

Un brevissimo riassunto di questa gara potrebbe essere: ‘si comincia ad ingranare’. Ma andiamo nel dettaglio!

La settimana della gara sembra fatta apposta per prendersi un po’ di ferie, così, dopo un lunedì al lavoro, mi sono preso tre giorni di riposo. In Liguria, più o meno vicino al luogo della gara. Uno degli obiettivi principali era ‘assaggiare’ l’acqua del mar Ligure, per provare la nuova muta, per macinare un po’ di metri in ‘acque libere’. Beh, direi che non sono stato molto fortunato: settimana da giacca a vento con la temperatura del mare che andava dai 13 gradi ai 15. Almeno così scriveva 3B meteo, ma c’era da fidarsi.

E che dire delle previsioni meteo: pioggia, poi sole, poi nuvoloso. Ok. Ad un certo punto ho smesso di guardare, dovevo concentrarmi sulla gara, sulla gestione della fatica e non su cosa voleva fare il tempo.

Il giorno della gara arrivo di mattina presto. La partenza è prevista alle 14 ma nei giorni precedenti ho imparato a conoscere un po’ la costa Ligure, zero parcheggi, tutto stretto, infinitamente stretto, così mi prendo per tempo e arrivo verso le 10. Decisione saggia, parcheggio trovato con facilità e possibilità di fare tutto con calma.

Alle 12 decido che è arrivato il momento di affrontare uno dei momenti più delicati. Mettere la muta. Che fatica! Per fortuna anche la temperatura dell’aria non è proprio calda così sudo sì, ma in modo contenuto. Proprio in quel momento lo speaker annuncia la temperatura dell’acqua del mare: 15 gradi. Benissimo (!). Rovisto tra le cose della borsa e la trovo: arnica con artiglio del diavolo! Penso: sarai anche fredda acqua ma io ho l’artiglio del diavolo! Mi spalmo la crema sulle gambe, sui piedi, sulle mani. Poi sopra negli stessi punti la vaselina che serve per far scivolare la muta. Noto qualche triatleta che mi guarda incuriosito. Uno mi chiede dell’olio. No, ho la vaselina. Va bene lo stesso. Non perdo tempo e vado in acqua. Mi pongo come obiettivo di fare 500m. L’entrata in acqua è da panico, come sempre. Le onde, la gestione del respiro tra la muta che comprime e le onde che ti sbattono sulla faccia. Poi l’acqua è davvero fredda. La sento soprattutto nella testa, anche se ho due cuffie indossate. Però l’artiglio del diavolo comincia a fare effetto, sento mani e piedi che vanno a fuoco, bene bene! Vado verso la prima boa, posta a 300m dalla riva. Mi accorgo di quanto distante sia. Impreco un po’. E’ per me la frazione più difficile e sento di essere impacciato.  Penso a tutti i concorrenti: siamo in 900! Basta, così non va bene. Stacco la testa, mi concentro su quello che devo fare: stendere un braccio, spingere, stendere l’altro, spingere. Battere le gambe.

Partenza. Chiacchiere. Io sto zitto, mi sento teso e così cerco di rilassarmi. Mi scappa la pipì. Troppo tardi… e ora? Me la terrò per tutta la gara. Via! Casino, la tonnara, come la chiamano. Sento la gente che mi viene contro ovunque, stringo i denti, ci sono anche io! Vado avanti, nuoto. Non mi fermo mai, nonostante in un paio di momenti sento una persona che letteralmente mi passa sopra la schiena e nonostante dopo una bracciata arriva un’onda che mi fa bere un bel po’. Esco in circa 16 minuti, con gli altri. E’ la prima volta che non sono ultimo, da solo o quasi. Rido, davvero. Uscendo un tipo mi chiede aiuto, la cerniera della muta non scende. Tiro, ma non ce la faccio. Sorry gli dico, sì sorry così mi è uscito. Corro ma la muta non si stacca dal mio corpo. Io ho male le braccia e ho paura dei crampi che ho avuto a Jesolo lo scorso anno. Decido di rimandare il problema. Arrivo alla bici, ora lo devo fare: prendo la muta e tiro. Questa volta funziona. E’ incredibile la velocità con cui me la tolgo. L’aveva detto il negoziante, aveva ragione. Sento freddo e decido: sì ok perdo 15 secondi ma metto la giacca antivento. Poi i calzini, poi le scarpe e corro con le tacchette. Goffo, sì sono goffo. Salgo in bici, niente crampi. Ok ora a tutta. 1 km si solo 1. Una buca non vista e la catena scende, maledette amministrazioni che lasciano queste strade in condizioni pessime. Impreco, rallento, guardo devo ragionare. Faccio scendere il deragliatore, giro un po’ i pedali e al momento giusto risollevo il cambio. Funziona. Pedalo. Non me ne rendo conto ma sto spingendo come se non ci fosse un domani. Sono solo ma in poco raggiungo un gruppetto, va troppo piano lo supero. 5km, ora la fatica la sento, non ho fiato. Controllo i cuore. 177. Ok sono al limite, così non riuscirò a fare altri 15km. Decido di rallentare, trovo un tipo che circa ha il mio ritmo. Ci diamo i cambi, passiamo molti altri concorrenti. 20km. Ma come non c’è la zona cambio? No. C’è una salita. Sì. E pure pendente. Rischio di far scendere la catena? No! Tengo il 50 e salgo, fatico, tanto. La breve discesa mi serve a far prendere fiato. Due curve e riconosco che dovremmo esserci, mi tolgo le scarpe come un vero triatleta, rido finché corro. Arrivo e appoggio la bici al palo. Mi metto le scarpe e volo fuori. A differenza del primo cambio questo l’ho fatto bene. E’ fatta penso, devo ‘solo’ correre per 5km. E’ la cosa che dovrei saper fare meglio. Nella corsa vedo gente, tanta. Ma quanti siamo! Sento la fatica, sento di far passi corti e non riesco ad allungare. Leggo sul display dell’orologio 4:10. Non riesco a crederci,  pensavo 4:30. Questo mi dà la carica. Beh, la carica dura poco. Al rettilineo opposto un vento contrario mi investe in pieno. Sofferenza, ho finito anche i pensieri. Abbasso la testa, cerco di pensare al traguardo. Ultimo giro e rettilineo finale. 1h e 20. Considerando gli 850m di nuoto, i 22km di bici e i 5,2 di corsa non posso che essere felice. Sì, si comincia ad ingranare!

La gara su Garmin

Le foto!